La Storia della Scuola, 2.0

Ovvero la Scuola che fece la storia continua…

Sono passati quasi 20 anni da quando l’ultimo Sommo Cantore narrò la Storia della Scuola. Il testo originale lo si può leggere ancora oggi su una ingiallita pergamena scritta a mano. Oltre che un grande poeta Egli fu anche un profeta, visto che oggi un nuovo – e più modesto – cantore accende il PC e con mano tremula sulla tastiera compie la profezia, accingendosi a raccontare il passaggio chiave della Scuola dal vecchio al nuovo millennio.

Per usare una metafora, il traghettamento della Scuola negli anni 2000 non è avvenuto su un  insicuro barcone di legno spinto da pesanti remi e con la rotta calcolata unicamente osservando il sole e le stelle, bensì su un moderno yacht, zeppo di marchingegni elettronici e con pilota automatico. Ciò nonostante, nella cambusa, insieme ai moderni e disgustosi liquidi idratanti e alle stomachevoli barrette energetiche oggi tanto in voga, non sono mai mancati prodotti tradizionali quali le acciughe al verde, i tomini aglio e peperoncino e, soprattutto, il classico “pintone” di succo d’uva!

Questo per sottolineare che la modernità e la cosiddetta “società del benessere” ha modificato solo in parte le usanze e i costumi che hanno caratterizzato la Scuola fin dalla sua costituzione. Certo, un tempo i materiali da sci erano di legno, di cuoio o di pesante acciaio mentre oggi tutto è di carbonio, di plastiche high tech o di leghe ultra light, ma il vetro verde scuro del bottiglione è rimasto assolutamente lo stesso di un tempo, come il suo dissetante contenuto.

E’ insomma una dura lotta per la sopravvivenza degli antichi valori che un tempo hanno formato intere schiere di rudi sciatori alpinisti. Oggi le regole partorite dagli illuminati che gestiscono i massimi sistemi dall’alto, impongono metodi didattici razionali e controlli di gestione dei corsi all’insegna del rigore e della giurisprudenza. A scapito della spontaneità, dell’improvvisazione, del coraggio, del senso della ricerca e della scoperta, che tanto quando si va in montagna sono componenti assolutamente imprescindibili e fondamentali.

La fatalità oggi non esiste più e questo è un bene. Il cordino da valanga è sostituito dall’air bag e anche questo è un bene. L’Artva digitale, la pala e la sonda sono di uso comune: benissimo. Ma quanti avvertono il “senso della neve”? Il suo odore, i mille colori e le sfumature del manto nevoso o come gli sci affondano in esso? Sono il modo con cui la montagna invernale si racconta e ci dà, o meno, il suo benvenuto, dicendoci chiaramente i rischi a cui andiamo incontro. Questi aspetti attengono esclusivamente alla sfera emozionale e all’intuito, sfuggendo alla tecnologia. Pochi oggi li insegnano, e questo è un peccato.

Chi ha vissuto il transito generazionale di cui stiamo parlando ha la grande responsabilità di farsi permeare dal progresso tecnologico senza perdere però quel “fiuto” che ha permesso a tanti nostri eroici predecessori di scorrazzare in lungo e in largo per i monti in sicurezza e senza alcuno strumento scientifico.

Possibile che Barbera e Dolcetto potessero più che bussola e GPS? Sembra incredibile ma è proprio così!

Una delle prime scoperte che feci frequentando il Corso di Sci Alpinismo, fu proprio il significato degli ometti in pietra che si trovano sulla cima di molte montagne: essi sono il piedistallo su cui un tempo veniva issato il Direttore della Scuola, il quale, dall’alto di quel pulpito, declamava versi, cantava l’Inno Ufficiale, ammoniva la folla e consentiva agli allievi di osannarne la grandezza. Oggi tale usanza è completamente scomparsa e il Direttore comunica attraverso internet o via telefono cellulare e la sua magnificenza viene celebrata cliccando innumerevoli volte il famigerato “mi piace” dei principali social network in circolazione! Mala tempora currunt…

Un altro cambiamento epocale è stato causato dalla famigerata crisi economica che sta tormentando questi primi anni 2000. In un clima di contenimento delle spese, la sosta in piola dopo la gita non era più sostenibile dai più indigenti, così la Scuola, grazie all’intuito di alcuni istruttori progressisti e particolarmente arguti, ha introdotto la tecnica del “fai da te”: gli allievi, fin dalle primissime uscite, sono caldamente invitati (per usare un eufemismo…) a preparare preventivamente ogni sorta di cibaria dolce e salata, accompagnata da buon vino e birra. A fine gita, ormai da anni si consuma così un banchetto che in molte occasioni si trasforma in una vera e propria sfrenata libagione! Ogni sorta di cibo è accompagnata da litri di bevande alcooliche in uno scomposto tripudio di mani e bocche che si entusiasmano nel consumare anche le ultime briciole e i fondi di bottiglia rimasti. Le cronache riportano che mai un avanzo è stato riportato sul pullman prima della partenza! Insomma, anche questo è condivisione.

Nel corso di questi 20 anni sono successe un sacco di cose: i ricordi e gli aneddoti sono davvero tanti, come tantissime sono state le persone che hanno frequentato la Scuola. Sovente capita di rivedere nei posti più disparati ex allievi conosciuti anni e anni prima, e sempre accade il piccolo miracolo di sentire immediatamente riaffiorare il legame nato durante le gite fatte insieme! La Scuola unisce, nello stesso gruppo, luminari di medicina, famosi avvocati, noti imprenditori, progettisti, impiegati, operai, ingegneri, disoccupati, spiantati, poveracci, studenti: tutta la natura umana (e ogni sorta di genere, come si dice oggi…) è presente e acquisisce una stessa identità perché messa a nudo di fronte alla montagna.

Ho visto con i miei occhi increduli un illustre avvocato torinese noto per le sue inarrivabili arringhe, rimanere impietrito e incapace di profferire una sola parola di fronte al risoluto e perentorio richiamo del suo istruttore, metalmeccanico di Mirafiori, disturbato dal vociare del giureconsulto, mentre cantava l’Inno della Scuola!

O quando una mattina, alzati dagli scomodi giacigli del rifugio des Evettes e guardando la copiosa nevicata fuori dalle finestre, si decise di rinunciare alla gita e di rientrare mestamente a valle; fu in quel momento che Silvia, la divina artefice di meravigliose mousse alla crema e cioccolato, si rifiutò di riportare a valle il pesante catino colmo del raffinato dolce: non aveva ancora finito di parlare che un’orda ingorda si avventò disordinata sulla mousse. Non fu la posizione sociale o il livello culturale dei contendenti che dettò le regole di ingaggio, ma solamente la lunghezza del manico delle picche usate per aprirsi un varco e per affondare la becca, usata come posata, nella morbida schiuma.

E ricordo ancora con lucidità di un giovane studentello, allievo della Scuola, che osò dove neppure Davide avrebbe mai osato contro Golia: l’improvvido, con mossa ratta e fulminea, strappò dalle mani di un veterano istruttore che ostentava, pregustandosela, l’ultima fetta di salame rimasta, mettendosi in bocca e divorando in un sol boccone la prelibata leccornia prima ancora che egli potesse reagire! Il vecchio istruttore rimase a bocca aperta (e asciutta) con il braccio proteso in avanti e la sola buccia di salame rimasta impigliata tra le dita. Ebbene tale giovane allievo, di cui non farò il nome neanche sotto tortura, nonostante l’incauto gesto è stato interprete di una fulgida carriera e ancora oggi ricopre una posizione di primissimo piano all’interno del direttivo.

Insomma, da sempre nel DNA della Scuola c’è la capacità di unire gli animi in un tutt’uno, livellando le differenze sociali e creando legami allo stesso modo con cui ci lega, e unisce, la corda da alpinismo.

Non vorrei, in questi ricordi, tralasciare avvenimenti forse meno fulgidi ma certo di altrettanto spessore.

Come quando la Scuola raggiunse il Colle d’Arnas immersa in una impenetrabile nebbia presente già alla partenza e sotto una fitta nevicata accompagnata da un gelido vento da Nord. Il gruppo procedette compatto lungo l’articolato e non facile percorso senza la minima incertezza e con passo sicuro arrivò alla meta avvolta nel bianco più totale. Gli allievi più timorosi furono resi arditi dai continui incoraggiamenti degli istruttori che ostentavano la più assoluta sicurezza (sic!). Il rientro avvenne mediante una discesa controllata formata da una lunga e ordinata colonna umana di cui le cronache locali parlano ancora oggi. Il risultato fu eccezionale: 1200 m di dislivello positivo, nessun danno a persone o cose e tutti gli allievi presenti al rientro, compreso un cane ramingo recuperato durante la discesa! Alcuni impostori sostennero di aver compiuto alcune volte lo stesso banale anello intorno al rifugio, ma tali voci, false e tendenziose, mai poterono neppure scalfire la grandezza dell’eroica avventura!

Altri momenti epici furono raggiunti quando il pullman che trasportava in Val Maira la Scuola si incastrò irrimediabilmente in un stretto tornante reso impraticabile dalla abbondante nevicata della notte precedente. Non furono le catene montate dall’autista a liberare il pesante torpedone e neanche i mezzi di soccorso che taluni pusillanimi volevano chiamare, ma le decine di pale brandite prontamente dagli istruttori che, sotto i perentori comandi del Direttore, in breve liberarono il mezzo dalla morsa della neve e aprirono una comoda autostrada che permise di raggiungere senza più intoppi il punto di partenza della gita.

Non pensi il lettore che i tanti momenti eroici vissuti dalla Scuola siano ad esclusivo appannaggio di  forzuti sciatori alpinisti di genere maschile. Spesso gentili e avvenenti fanciulle si sono distinte per coraggio, determinazione e sprezzo del pericolo.

Chi può dimenticare l’indomita Tere, che giunta alla partenza della Tour de la Tsa, scaricando sci e zaino dalla macchina, si rese conto di aver con sé solo gli scafi degli scarponi avendo dimenticato le scarpette ad asciugare sotto il termosifone di casa. Fu un attimo, un solo secondo di smarrimento e un lampo di genio rifulse negli occhi della vispa Teresa, che infilate nei piedi le moffole di lana cotta calzò risoluta gli scafi e si incamminò decisa per gli erti pendii innevati. In molti neanche si accorsero dell’anomalia, visto il sorriso ammaliante che Tere sfoderò sia in salita che in discesa, incurante di bolle, vesciche e di chissà quali altre atroci sofferenze patite dai suoi piedini (n° 34, N.d.A.). Purtroppo, dopo aver dato prova di siffatto valore e lucida audacia, la povera Tere cadde miserevolmente poco tempo dopo nelle mani di Lavanda, grasso e ostinato istruttore che la fece capitolare portandola suo malgrado al talamo nuziale.

E che dire di Donna Fausta, decana della Scuola e riferimento di una intera famiglia di sciatori alpinisti in parte ancora oggi presenti nell’organico istruttori. Ebbene, correva l’anno 2002, quando, alla quinta uscita, la Scuola giunse ai piedi del ripido pendio finale del Monte Giornalet. I gruppi procedevano sicuri incidendo la neve gelata con i coltelli calzati; tutto sembrava procedere senza problemi, quando all’improvviso, forse per un eccesso di sicurezza trasmesso da Fausta ad una sua allieva, questa perdeva aderenza e precipitava verso valle con un’impressionante accelerazione. Con un fulmineo colpo di reni, come una scossa elettrica che attraversa le membra, Fausta si allungava nel vuoto per intercettare la povera allieva: con presa sicura la afferrò per un braccio rallentandone la folle corsa ed evitando il peggio. Sfido qualunque uomo, oggi, a mostrare tanto coraggio e tanta immediata e spontanea reattività. E’ cronaca recente, infatti, che, scendendo dalla ripidissima sella del Furggen, la leggiadra e avvenente Federica, detta anche Miss Crostata, inciampando in un rampone scivolò fino alla base del pendio, senza danni ma anche senza che alcuno muovesse un solo dito per andarle incontro, forse ammaliato dalla leggerezza dei suoi movimenti e dalle delicate piroette che la sventurata compiva sulla neve con armoniosa sensualità!

Ebbene si, bisogna essere onesti e ammettere che il progresso non va di pari passo con l’eroismo.

Lo si vede già dall’ambiente del ritrovo mattutino quando, prima dell’alba, si raggiunge l’appuntamento per la partenza: macchine nuove fiammanti e moderni fuoristrada hanno sostituito la bicicletta, il motorino e il tram, un tempo spesso utilizzati da molti allievi ed istruttori.

Oggi non sono più possibili aneddoti come quello indimenticabile vissuto negli anni in cui ero novello aiuto istruttore della Scuola, quando mi trovavo in compagnia del caro amico Enrico che mi veniva a prendere con la sua Fiat 500 prima serie per andare al luogo del ritrovo. Avevamo i lunghi sci usati allora che fuoriuscivano dal tettuccio aperto della macchina ed eravamo vestiti con cappello, guanti e occhialoni per difenderci dal gelo, quando alle cinque del mattino ci fermarono due Carabinieri che con aria stupefatta ci chiesero: “ma voi state andando o state tornando?” Chissà da dove poi!

Molti altri episodi sono stati raccontati da vari personaggi che hanno frequentato la Scuola; i testi  sono archiviati in un ricco database informatico disponibile a chiunque voglia leggerli, ma non sono stati raccolti in queste pagine perché ancora non hanno assunto i caratteri della leggenda. Quando tra qualche decennio saranno ben sedimentati, altri li riporteranno alla luce arricchendoli con i colori della saga. E così la storia si ripeterà ancora una volta.

A tal proposito, tra i più prolifici ed interessanti cronisti delle gite della Scuola non possiamo non citare Cavùr, nome d’arte di un improbabile allievo, autore di mirabili relazioni di gite, che ottenne anche alcuni insperati successi sci alpinistici non certo per la sua precaria costituzione fisica, quanto per la smisurata determinazione e l’inesauribile capacità polmonare. Cavùr, infatti, era in grado di recitare senza soluzione di continuità per tutta la gita interi poemi e passi poetici, mostrando la sua sterminata cultura degna del più illustre letterato: impossibile dimenticare le sue dotte parole che echeggiavano tra i monti mentre declamava a gran voce: “Forza Toro oh oh, Forza Toro oh oh Forza Toro alè oh oh!!”

Col passare degli anni i ricordi si fanno annebbiati e si confondono tra loro, sovrapponendosi l’un l’altro e assumendo forme tipiche dell’epopea. Ma questo inevitabile processo non impedisce di rivelare lo spirito profondo che da sempre anima la Scuola, quello spirito che mantiene saldi e vivi i principi di condivisione e passione per i monti che abbiamo dentro e che crediamo valgano più di ogni altra cosa. Sono valori veri che non seguono il trascorrere del tempo perché sono eterni e dettano le regole del gioco. La Scuola vive per comunicare la passione per la montagna, per insegnare agli allievi come si può essere felici a faticare per battere a turno mezzo metro di neve fresca, a sudare insieme e a urlare di piacere mentre si sprofonda fianco a fianco nella poudreuse fino alla pancia disegnando migliaia di serpentine.

L’esperienza di guardarsi negli occhi, stretti in un abbraccio, per condividere l’incanto di aver raggiunto insieme una vetta, trasforma la vita e la rende più bella. Questo è il miracolo della Scuola!

E mi fermo qui, scusandomi se ogni tanto sono scivolato decisamente nel sentimentalismo, ma che ci volete fare, per me è una questione di cuore e, come noto, con il cuore non si scherza, ha sempre ragione lui, non c’è nulla da fare…

Vittorio

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