La storia della Scuola

Ovvero la scuola che Fece la Storia
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Chièl, la luna e I’sol
ma l’prima ca l’è stait al mond
l’è stait l’Diretòr….

La cantano ancora, anche se, ormai, non tutti gli istruttori e gli allievi capiscono il piemontese e pochi ricordano ancora gli aneddoti che sono all’origine della canzone.
Il problema è che, di solito, il ciclo vitale di uno sciatore alpinista è -purtroppo- relativamente breve. Accade così che avvenimenti straordinari e determinanti, come la nascita e le prime vicende della Scuola di Sci-alpinismo, siano ormai avvolti nella leggenda.
Per nostra fortuna, esistono rari casi di sciatori alpinisti dotati di una sorprendente longevità che furono testimoni e -addirittura- protagonisti delle Origini. Certo, i loro ricordi affiorano soltanto in circostanze particolari, sono vaghi -bisogna ammetterlo- talvolta anche annebbiati. Ma forse è meglio così. Nel clima rilassato che tien dietro alla gita, nel tepore fumoso della Piola, certi racconti, ingigantiti dal tempo, assumono i contorni indistinti della leggenda. La cronaca lascia il posto alle saghe. ..
Ma torniamo alla nostra canzone che è, per così dire, l’inno della Scuola. Un inno alla buona, che si può cantare senza alzarsi in piedi. Un inno nato spontaneamente molti anni fa, quando ancora la gestione era casereccia ed il Direttore non era ancora un tecnico, come adesso, ma piuttosto una specie di capo-tribù, un padre di famiglia se non addirittura (come dice la canzone) un Padre Eterno. Oggi la Scuola è diventata una cosa seria ed anche lui (il Direttore) ci tiene ad essere preso seriamente. Probabilmente ha ragione Lui.
Molta acqua è passata sotto i ponti da quei lontani anni Sessanta quando Qualcuno ebbe l’idea di organizzare un corso di introduzione allo sci-alpinismo.
A questo punto occorre aprire una parentesi. L’UGET, già allora, tornava a scoprire le proprie radici. C’erano ancora in circolazione alcuni anziani che ben ricordavano l’epoca in cui non esistevano gli impianti di risalita. Anni del primo dopoguerra, quando molti Torinesi avevano imparato a sciare grazie agli sci, residuato bellico, che la Sezione aveva acquistato e messo a disposizione dei propri soci. Era stato un periodo glorioso, per l’UGET, associazione sportiva assai innovativa per i tempi, con largo seguito tra il proletariato ed i montanari inurbati. Gente che, in tema di montagna sapeva il fatto suo, ma che era esclusa dai “clubs” più blasonati e i selettivi dalle barriere di classe, dalla cronica carenza di tempo libero e, soprattutto, di pecunia. Grazie all’UGET, alcuni di questi divennero atleti di primissimo ordine. Un pallido riflesso di questo periodo aureo si può ancora cogliere nella vetrina -invero un po’ polverosa- colma di coppe e trofei in stile liberty che riesce a dare alla Sezione una particolare atmosfera da vecchio club londinese. Atmosfera che sarebbe perfetta se i soci chiacchierassero sommessamente e sfogliassero riviste da veri gentlemen. In realtà, il comportamento dei soci (almeno di quelli che frequentano la sede il mercoledì sera) è un pochino più vivace e ricorda piuttosto (per restare in ambiente britannico) la taverna dell’Isola del Tesoro. Tempi eroici, ma già lontani negli anni Sessanta, quando ormai dilagava la pratica aberrante dello sci di pista, sostenuta dal teorema “Fiat 500 = giornaliero al Sestrière”.
I cultori dello Sci autentico (sia lodata la loro memoria) erano ormai ridotti ad un esiguo drappello, ma agguerrito e fiero della propria diversità.
Erano tempi duri, quando lo scialpinismo non era ancora un affare per i mercanti di pelli di foca e non esisteva un’attrezzatura specifica. Scarponi al malleolo, sci di m. 2.15, tecniche avventurose. Lo stile era sintetizzato dalla massima: “In discesa l’importante è perdere quota”.
Sembra ora incredibile ma non esistevano neppure le raccolte d’itinerari che ora costituiscono il vangelo di ogni moderno sciatore alpinista (a me manca il 52, il 66 e il 94, mentre ho fatto due volte il 57 e il 92…). Le gite erano tramandate oralmente, pochissimo erano in uso le carte, mentre bussole ed altimetri erano strumenti di cui si dava per certa l’esistenza, ma senza conoscenze dirette. La prevenzione delle valanghe, in assenza anche solo del concetto di ARVA, era affidata, a seconda delle preferenze, al fiuto dei più anziani, ad un cordino che si lasciava penzolare dietro di se, a certi amuleti che l’esperienza faceva ritenere efficaci… ..
Un capitolo a parte meriterebbe l’alimentazione: niente a che vedere con i pugnetti di frutta secca (bleah!) e bevande di sali integratori che usano adesso. Al loro posto quarti di pollo, robusti tranci di toma ed un unico tipo di succo di frutta, di cui si faceva per altro largo consumo (succo d’uva, meglio se faceva 12°, N.d.R.).
In compenso nevicava moltissimo: dall’inizio di settembre alla fine di luglio. Almeno così le Fonti raccontano, mentre i metri di neve aumentano in misura inversamente proporzionale alle acciughe al verde e cala il livello nelle bottiglie.
In quella dura e spartana realtà, in quel mondo ostile dove solo i forti potevano sopravvivere, lo sparuto drappello di Coloro che non avevano ceduto alle lusinghe della pista si trovò più volte sull’orlo dell’abiura, ma ebbe sempre la forza di resistere. Finché, una sera, durante un incontro di meditazione nei pressi del Convento del Monte dei Capuccini giunse -improvvisamente- l’illuminazione: occorreva rinnovarsi o perire. Forse non tutti i presenti (anche tra quelli sobri) ebbero piena coscienza della portata che questa decisione avrebbe avuto per le generazioni successive di sciatori alpinisti.
Fu un atto di fede che fece intravedere, debole ma distinta, la luce in fondo al tunnel. Gli sciatori alpinisti ugetini si gettarono nella predicazione e nel proselitismo.
E la Scuola fu.
Gli inizi non furono facili. Gli allievi erano pochi e talvolta si perdevano (anche materialmente, nel senso che bisognava andare a cercarli). Ma non solo gli allievi. Uno degli istruttori più carismatici, l’illustre “Fratel Coniglietto”, ricevute istruzioni di portarsi al rifugio Sella, e di prendere ivi posizione, confuse Vittorio con Quintino e salì verso il Monviso, mentre il resto della Scuola andava in Valle d’ Aosta per fare il Castore. Cose che succedono. Sembra che anche Napoleone abbia perso la battaglia di Waterloo perché le truppe di rinforzo, condotte dal maresciallo Grouchy, sbagliarono clamorosamente la strada. Un caso analogo capitò anche a Dario “il Manager”, invero allora agli inizi della sua fulgida carriera. Seguito ciecamente da un gruppo di allievi fedelissimi, salì al rifugio Des Evettes, credendo che fosse quello del Carrò, dove gli altri lo aspettavano.
Poco male, la cosa fu presentata come risultato della pianificazione organica di specifici momenti di addestramento autogestito, condotti in modo analitico e modulare, nell’ambito di una strategia globale univoca ed integrata (tutto chiaro, nevvero?).
Capitava che, una volta arrivati in punta, si rivolgessero all’istruttore e confessassero candidamente che non avevano mai sciato, neppure sul più facile campetto. Gli utenti della scuola erano soprattutto alpinisti incalliti, abituati a macinare migliaia di metri di dislivello, ma poco avvezzi alle raffinatezze dello stem-cristiania e persino dello spazzaneve.
La stessa distinzione di casta tra allievi ed istruttori era assai più marcata di quanto non sia oggi. Nessun allievo avrebbe osato non dico interrompere ma neppure recare il minimo disturbo alle esecuzioni del celeberrimo “coro” degli istruttori, che, anzi, veniva ascoltato ad occhi chiusi, in religioso silenzio. A tacitare i riottosi bastava il ruotare degli occhi e l’aspetto luciferino di Alfredo “L’Iracondo”, sottolineato dallo sbuffare nervoso della sua pipa.
Venivano praticate forme di “nonnismo” che oggi non verrebbero più accettate. Gli allievi di oggi trasecolano, quando sentono i racconti di “Vecchia Spugna”, decano degli istruttori, senile nell’aspetto, ma ancora attendibile, almeno nei momenti di lucidità.
I suoi ricordi emergono, di solito, dopo abbondanti libagioni: correva l’anno 1966, nella Piola di Salbertrand ( era il 25 febbraio) il suo istruttore aveva divorato ben otto uova al paletto, insieme con molte altre portate, mentre lui, umile allievo, era riuscito ad avere soltanto mezzo bicchiere di vino.
E il conto fu diviso alla romana.
La selezione dei candidati era sommaria (quanto fai con un litro?). L’apprendimento -quando c’era- avveniva sul campo, per affiancamento, per mimetismo. L’allievo, in altri termini, cercava disperatamente di non perdere contatto con il suo istruttore, il quale, di solito, poco si curava di lui, a meno che non fosse una “lei”, cosa per altro poco frequente. Perché la Scuola era, soprattutto, una cosa da uomini, dove la presenza femminile era particolarmente apprezzata proprio perché rara. Qualcosa di questo atteggiamento è ancora rimasto ai giorni nostri, pur in una dimensione ormai decisamente aperta alle pari opportunità dei sessi, com’è giusto che sia. Il ricordo della passata astinenza si traduce nella voglia di grande abbuffata ed ancora si legge nella macroscopica propensione al femminismo manifestata e praticata da molti…
Al momento giusto, tuttavia, la Direzione sapeva, in passato, reprimere gli eccessi con la determinazione richiesta dalla tutela del buon nome (?) della Scuola. Così accadde quando esplose lo scandalo delle lezioni impartite a domicilio delle allieve e i “probi viri” (uomini al di sotto di ogni sospetto) espulsero, per indegnità morale, l’istruttore poi detto “Doccia”, o anche “Skin-head” per il suo impegno culturistico (nel senso che frequentava non centri culturali ma palestre di culturisti).
Al di là di questi particolari, sui quali non ci vogliamo soffermare, il ritratto della Scuola non sarebbe completo se non ricordassimo, a questo proposito, alcune tra le allieve che, più delle altre, fecero breccia nel cuore degli istruttori.
Chi non ricorda “Balena Bianca”, celebrata per l’opulenza delle sue forme, o “Serpente a Sonagli”, così detta per la dolcezza del suo carattere?
Per venire a fanciulle più vicine ai tempi nostri, dobbiamo segnalare Emy, Evy ed Edy, le tre nipotine di Zio Spugna, detto a questo proposito anche “Barba Pintùn”. Le tre ragazze, giovanissime ed assai simili tra di loro, si erano talmente affezionate al loro attempato istruttore da non trascurare mai, al termine della gita, di offrirgli in dono una bottiglia di buon vino. Un omaggio che Spugna, visibilmente commosso, non mancava di consumare immediatamente.
Negli stessi anni frequentava la scuola anche colei che sarebbe divenuta, in seguito, un’apprezzata istruttrice. Intendiamo parlare di Teresa, gentile fanciulla assai benvoluta per la dolcezza del suo carattere (e delle sue torte). A causa di queste sue virtù, Teresa era assai contesa come compagna di gita. Ma, ahimè, come ben sappiamo “la donna è mobile” e la nostra dolce Teresa di rado manteneva la domenica quello che aveva promesso il mercoledì, lasciando i suoi numerosi ammiratori -è proprio il caso di dirlo- a bocca asciutta.
Mentre gli istruttori più anziani erano, in genere, avidi soltanto di torte, altri, più intraprendenti, addocchiavano le allieve più appetitose. Magari senza essere poi all’altezza della situazione. Ancora si ricorda la punizione che fu inflitta a “Lavanda”. Si dice che costui, giovane baldanzoso e troppo sicuro di se, si fosse barricato, con tre allieve (! ! !), in una stanza del Rifugio Chivassesi. La Direzione accolse le proteste, avanzate a vario titolo, dalle poverette e stabilì che lo sciagurato fosse pesantemente profumato (donde il nome). Fu una punizione tutto sommato ancora mite, che ripeteva, in forma edulcorata, l’antico supplizio della pece e delle piume, in uso tra gli istruttori-pionieri, agli albori della Scuola.
Di tutt’altra tempra il famoso Costanzo, detto “Lupo Ezechiele”.
Avrebbe potuto fare una splendida carriera, grazie alla sua formidabile potenza fisica ed al suo mitico curriculum sci-alpinistico. Purtroppo gli nocque il famelico aspetto e l’attrezzatura cenciosa, che lo fecero respingere, senza appello, ai corso sezionali (abitualmente frequentati dalla “crème de la crème”). Anche questo rientrava, del resto, nelle tradizioni proletarie dell’UGET .
Come lui, molti altri. Sembra che anche “Spugna”, da giovane, fosse chiamato “Tacùn”, a causa dei numerosi rattoppi. Nell’album dei ricordi le vicende ed i personaggi si sovrappongono, in una sorta di sinfonia corale.
Gesta eroiche, come quella famosa valanga che aveva bloccato il pullman e che fu spalata con le code degli sci.
Gesta epiche, come quel Direttore che, malgrado la corpulenza, scese dalla Tete de Crevacol con un piede rotto, senza emettere un gemito e senza sbagliare una curva (imparate, allievi di oggi, che ci fate montare la barella per una banale storta!).
Momenti di dolcezza, come le raffinate torte, budini, plum-cake, crostate, pasticci e timballi prodotti dalla cooperativa di allieve “Quaranta-Per-Otto”, per un ristretto ma raffinato cenacolo di istruttori-gourmet.
Momenti di raffinata sensibilità culturale, come quando dopo una gita in valle Varaita, invece di andare in Piola l’intera Scuola si recò a visitare il Castello della Manta ( e pretendevano anche lo sconto per scolaresche…).
Momenti di sublime sintesi scientifico-divulgativa. Chi non ricorda (tra i sopravvissuti) le appassionanti lezioni di quel Direttore (detto “l’Ansioso”) che riusciva a trasmettere i misteri dell’azimut e della declinazione magnetica, in una sola lezione di neppure quattro ore?
Imprese epocali, come la celebre “prima ascensione invernale” al Colle della Maddalena (m.710), sulla collina torinese, compiuta nel 1984 da Julius “De Paperoni”, direttamente dal Ponte Isabella. Un’impresa ancor oggi non ripetuta, portata a termine con coraggio e sprezzo del pericolo (si pensi al traverso di corso Giovanni Lanza, affrontato di slancio, con ARVA spento e semaforo rosso).
Momenti drammatici, come quando “Spugna” fu colpito al capo da un campanaccio staccatosi dal soffitto della sala in cui si stava rifocillando. Fu ricucito sul tavolo della Piola, un intervento chirurgico in condizioni di emergenza (l’emorragia venne stagnata con carta di formaggio toma reale, N.d.R.), brillantemente condotto a termine da un ginecologo anch’egli in stato di alterazione alcolica. La sua forte fibra gli permise (a Spugna, non al ginecologo) di sopravvivere all’operazione e persino di fare la gita il giorno dopo.
Nella fortuna come nelle avversità, gli uomini della Scuola sapevano essere all’altezza della situazione. Sapevano perdere con dignità.
Già, perché non saremmo onesti se non ricordassimo anche le sconfitte, che pure ci furono, e brucianti. Come la tragica ritirata del maggio ’94, quando partirono baldanzosi, e volevano chiudere il corso facendo in un colpo solo cinque quattromila del Monte Rosa. Una delle istruttrici più temibili, Imma “la Rossa”, vera divoratrice di dislivelli, scandalizzava la morale corrente ed sfidava il giudizio dei benpensanti proponendo apertamente di fare, già il sabato, la Piramide Vincent, in giornata da Torino!
Ma, come dice Eschilo, gli Dei puniscono la tracotanza degli uomini -e delle donne. Finirono per ridiscendere le valli che avevano salito con orgogliosa sicurezza, per andare a gozzovigliare nella Piola di Sambuco, 1200 metri sul livello del mare. E la bisboccia continuò ancora il giorno dopo nella Residenza di Campagna di uno degli istruttori più facoltosi, Julius de’Paperoni.
Dopo una catastrofe come quella, altre scuole, meno solide della nostra (non facciamo nomi), avrebbero chiuso i battenti, per ricostituirsi e meglio competere come associazioni eno-gastronomiche. La Scuola, invece, seppe reagire: neanche una settimana dopo e precisamente sabato 4 giugno 1994, alle ore dodici, erano -come un sol uomo- (compresa Imma La Rossa) in vetta alla Piramide Vincent. In giornata da Torino!
Altri tempi, altri Uomini. Che ne è, oggi, di Loro?
Alcuni scomparvero nel fiore degli anni, rapiti da avvenenti fanciulle.
Altri ancora si trascinano nella Scuola, nella vana speranza che qualcuna li rapisca.
Non mancano quelli che, dopo anni di onorevole attività, praticano ora una rigorosa vita monastica (di solito nell’accezione vernacolare veneta del termine).
Tra questi vogliamo ricordare ” Sua Pinguedine”, Colui che più di ogni altro diede alla Scuola un contributo tecnico, facendone un organismo moderno. Novello Cincinnato, Egli vive ora da eremita, nell’austera e frugale solitudine della Sua valle, dove alleva alcune decine di gatti e con i quali intavola lunghe discussioni filosofiche. Una deputazione di istruttori, guidata da “Spugna” recatasi in visita presso il suo eremo per recargli generi di conforto, è stata accolta a fucilate.…
E come dimenticare l’illustre “Cianìn”, primo rappresentante di una speriamo lunga e gloriosa dinastia di Istruttori Nazionali, ora anch’Egli ritiratosi a vita privata sulle piste dei Monti della Luna? Altri si sono defilati discretamente e si fanno vedere, di soppiatto, di tanto in tanto. Sono piuttosto vaghi sulla loro presente attività scialpinistica, ma lasciano intravedere la possibilità di un prossimo rientro, alla grande. Anche noi siamo ormai tra questi.
E ci fermiamo qui, perché, da un certo punto in poi, la Storia della Scuola diventa quella di una scuola normale. Soltanto un pò al di sopra del normale.
Ma siamo certi che, tra venti o trenta anni, anche questa storia troverà un Poeta che vorrà narrarla con i colori della leggenda.
E’ sempre stato così. Del resto pare che anche Achille ed Ettore fossero soltanto volgari ladri di polli.

Giorgio

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