Uscita 5 del 2.4.2006: Monte Flassin

**Secondo Matteo (più avanti Secondo Giorgio…)**

Meta il Monte Flassin, un classico della Valle d’Aosta e della Valle del Gran S. Bernardo. Pulmann carico, arrivo a St. Oyen intorno alle 7; qualche faccia assonnata e la solita determinazione degli ugetini. Il Direttore ci porta le notizie fresche dei ‘nostri’ che si stanno facendo spremere poco lontano (Valpelline) al corso ISA: auguri Sara, Luca, Aldo, Luciano, Laura e Mauro! Bene. Si va. Si attaccano il canale ed i pendii ancora in ombra con un bel vento teso, freddo. Intorno un cielo blu che allarga il respiro (che a questo punto tutti abbiamo ancora). Montagne ancora più imbiancate in alto perché il pomeriggio del sabato aveva pensato bene di nevicare un po’, secondo una costante di questa stagione valdostana. La neve sembra dare confortanti segnali di tenuta per la discesa. Nessun problema sino all’uscita del bosco. Poi i gruppi più ‘tosti’ iniziano a sfilarsi un po’, progredendo più speditamente. Qualche notizia non buona arriva da parenti rimasti a casa, e speriamo che Livio non abbia preoccupazioni troppo gravi (e per fortuna così sarà). Il Dottore è come sempre presente ed efficiente. Arrivati all’alpeggio, prima sosta per consentire l’accorciamento delle distanze con i gruppi secondi. Occasione per ammirare il panorama, ma anche per esaminare lo stato del manto nevoso sui vari pendii ed alle varie esposizioni e constatare la rilevante azione del vento sulle creste e nell’accumulo sui pendii. Si analizzano, prima di ripartire, le eventuali alternative di salita. E via, di nuovo. Primo risalto e primo ripiano. Alcuni scialpinisti che ci precedono scelgono per una linea diretta. Livio e Dario più prudentemente preferiscono aggirare gli accumuli sopra di noi, scendere un po’ sulla sinistra, secondo un percorso tradizionale, e riprendere la salita obliquando un po’ a destra. Si arriva al ‘finto’ colle tra Flassin e Cordella con il vento che non ci molla, ma, al riparo della vetta il sole riscalda assai. Ancora una sosta per consentire un nuovo accorciamento tra i primi due-tre gruppi e dar modo ad altri scialpinisti con l’apertore Renzo di tracciare per raggiungere la vetta, e via per il gran finale. Di li a poco siamo su. Su, in tutti i sensi! Quasi tutti riescono ad arrivare in cima. Bravi! Sono comunque 1378 metri! Buon viatico per il prossimo fine settimana. In cima il panorama è di quelli per cui merita farsi il mazzo a salire, svegliarsi all’alba, dimenticarsi l’ossigeno, farsi inondare di acido lattico. E mi fermo! Da sua maestà il Bianco al Dente, alla Grande Jorasse, il Mont Velan, fino al Cervino ed il Monte Rosa; e poi a Sud Emilius, Granpa,… ragazzi che goduria. Ingozziamo qualche cosetta ed iniziamo a scendere mentre gli ultimissimi giungono alla vetta; di nuovo sosta al colle; riunione di tutti, anche gli ultimi arrivati … acquolina in bocca che si parte per la discesa. E l’acquolina di trasforma in dolce nettare, in profumo di neve soffice, in onde che cullano, in estasi del sole e della brezza che ci accompagnano. Un allievo è giunto ad affermare persino l’eresia: ‘ma è meglio di’… Indovinate un po’. A parte tale caduta di tono (d’altro canto non c’è un test psicoattitudinale per essere ammessi tra gli allievi e tra gli istruttori) le migliori sono state alcune spettacolari cadute più dovute all’esuberanza che alla capacità tecnica. Anzi quella degli allievi si è riproposta fermamente: BRAVI (on se régale eh … qui vien de Lugdunum). Con una discesa del genere, bella persino nel finale, dove solo il calore superficiale del manto nevoso causava qualche rallentamento a singhiozzo, non poteva non aversi una conclusione pantagruelica. E allora Monica ha pensato bene di riempire il baule del suo mezzo nautico (ma perché non le diamo un qualcosa con una scritta ‘montana’, chessò ‘Corpo Forestale’, così che non si pensi che sia capitata lì per caso?) di focaccia, anche alle cipolle (per Vittorio; ma pensa un po’) salamini di cinghiale e ‘fricioei’ (l’ho scritto così perché non ho la più pallida idea della lingua di Govi e allora ho pensato a Olaf e ad Andreas ed alle loro dieresi); e a quel punto non c’è stato più limite. Salami, formaggi, torte salate, torte dolci, vino bianco, rosso … quei robi di cioccolato di Pinerolo (benedetta, Maria), jamon serrano per i nostri spagnoli. Un’apoteosi nell’apoteosi!. Speriamo in numerose ulteriori domeniche bestiali come questa!.

**Secondo Giorgio**

Sveglia alle 5:00. Primo pensiero: “ma chi me lo fa fare?” Poi black-out cerebrale più o meno fino alle 7.30, quando l’autobus arriva sul piazzale di Saint Oyen, valle del Gran San Bernardo. La nostra meta è il Mont Flassin, quota 2767: ci aspettano circa 1400m di salita. Alle 8, sci ai piedi, partiamo. Ma non tutti sci ai piedi: Livio ha gli sci sulle spalle. “Avrà dimenticato le pelli di foca?”, si chiede qualcuno. No, ci sono anche le pelli. Nessuno osa fare domande, e il mistero rimane. Dopo 20 minuti Livio comincia a sentirsi osservato, e decide di fare come gli altri… C’è una tale abbondanza di neve che sembra di essere a gennaio (non gennaio di quest’anno, gennaio di quando l’inverno nevicava!). La gita prevede una salita in un profondo vallone in ombra, orientato dapprima a nord, poi a est: qui di sole ne arriva poco, e lo stesso Livio ci spiega che i valdostani chiamano il posto “valle fredda”. Insomma, tra il clima rigido e le nevicate recenti, ci sono le condizioni per sperare in una bella discesa; così procediamo con passo spedito, e quando, sbucando dall’ombra, raggiungiamo le baite, ci accorgiamo che in sole 2 ore abbiamo macinato i primi 900 metri di salita. Una breve pausa per ricompattare i gruppi e si riparte, non senza dare un’occhiata alle grandi cornici che sovrastano la cresta di fronte a noi; chi ha letto i bollettini non è sorpreso, sa che ultimamente ha tirato vento da ovest. E subito si presenta un’ottima occasione didattica. Un gruppetto di temerari poco davanti a noi attacca un ripido pendio che non ha un’aria del tutto rassicurante. Ma la traccia di chi ci precede non è necessariamente la migliore (“occorre ragionare con la propria testa!” – Dugono docet), tanto più che loro sono in due, noi… qualcuno in più. Così Dario e Livio osservano, valutano, e decidono: meglio scendere di qualche metro e poi risalire su un dosso più a sinistra, certamente più sicuro. Finalmente in vetta: il panorama è notevole, senza una nuvola dal Rosa fino al Bianco ed oltre… ma su questo le foto sono certamente più eloquenti. Ad un certo punto un istruttore estrae dallo zaino un telescopio… anzi no, scusate, dovrebbe essere… sì, è proprio una macchina fotografica. Roba da professionisti. Forse da grande vuole fare il fotografo? Ma Riccardo, vai già benissimo come istruttore! non devi cambiare mestiere! La discesa inizia presto, nessuno vuole restare a guardare mentre il sole cuoce lentamente questa neve che sembra molto promettente. Infatti le attese non rimangono deluse, e l’entusiasmo di tutti è palese. La gita si conclude con il solito lauto banchetto. Ma oggi parlare di “solito banchetto” è decisamente riduttivo. Il vino e la birra scorrono copiosi: è il modo migliore per reidratarsi, pare. No, non “pare”, correggono i più esperti: è “scientificamente provato”! Ma non è solo l’alcol che abbonda: non mancano torte di ogni genere, dolci e salate (il direttore cominci a preoccuparsi: è probabile che qualcuno venga alle gite solo per quelle). Si distinguono in particolare l’immancabile focaccia ligure (grazie Monica!), e l’ottima torta “carote e arance” di Fulvia. Alla fine, tra lo stupore generale, ci accorgiamo che è avanzata un’intera colomba: quasi imbarazzante… E qui il nostro pensiero sale unanime al vice-diretur, oggi assente: con lui questo increscioso evento non si sarebbe mai verificato! Insomma, una giornata memorabile… solo il primo, mattutino pensiero giace ormai nell’oblio.

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