Uscita 4 del 8.3.2009 Monte Pintas

“Ammiratore del liberismo economico e del liberalismo politico
inglese” così Wikipedia definisce il Cavour storico;
“ammiratore del liberismo culinario e del liberalismo dell’alcool”
potremmo definire il Cavour de’ noaltri.

Eh si’, anche alla partenza della quarta uscita lo storico e molesto
personaggio si aggirava tra i ranghi della scuola con la sua vena
allegra, rumorosa e canzonatoria.

Giornata di straordinaria bellezza e divertimento: istruttori e
allievi in gran forma, sole caldo e neve spettacolare.

Partenza poco sopra la Madonna della Losa (circa 1280 mt) con
destinazione Monte Pintas (mt 2540) passando per un bosco rado e
ripido e per le vecchie piste da sci.

Conquistato il colle sotto Punta Prato in Fiera un gran vento batteva
il pendio e ci accompagnava fino in cima; neve dura, ma non da
obbligarci a mettere i coltelli.
Poi, una volta in cima, fatte le foto di rito, eccoci in sosta al sole
e senza vento, sotto il ripetitore.
Al ritorno, vento pressochè assente, discesa in neve da ottimo a
ottimo + nella parte alta, un po’ meno bella sotto, perchè umida e
cotta dal sole.
Al Pian Gelassa prova arva per tutti, tranne uno, che ha fatto la
solita prova da larva, spaparanzato al sole come sempre aduso a fare!
Si è poi solo rianimato, il cavour, dietro la prospettiva del ritorno
verso un bus carico di alcool e leccornie, riprendendo il suo colorito
rubicondo.
Unico plauso: le torte, mai troppe e ieri incredibilmente poche.

Patrizia

RELAZIONE GITA

Sulla relazione della gita, altra penna ha già scritto. Giusto due parole sull’ambiente: la salita al Pintas si sviluppa sui tracciati di una stazione sciistica che negli anni intorno al 1960 é stata spazzata via da una valanga: restano scheletri ritorti delle sciovie e in basso strutture alberghiere e case abbandonate: quasi un paese fantasma.

Vestigia storiche alla Batteria della Losa, realizzata nel 1891; era costituita da un fossato che racchiudeva due distinte batterie su due livelli di quota, la Alta e la Bassa, collegate da una strada interna che permetteva poi l’accesso ad un osservatorio. Vi erano due costruzioni, in grado di accogliere 200 uomini. Una leggenda dice che nei sotterranei fosse operante una zecca (fonte, sito del Comune di Gravere).

Straordinario lo spettacolo dalla cima, tra Val di Susa (spicca davanti il maestoso Rocciamelone, il Niblè, il Giusalet), e Val Chisone. Sotto di noi la parete scoscesa del Français Pelouxe, che con i suoi ripidi fianchi precipita sul Colle delle Finestre; dietro le cime dal Parco Orsiera-Rocciavrè (Orsiera, Villano).

MEMORIE DI UN EX ALLIEVO

Dal momento che la relazione della precedente gita mi ha gratificato di un “cameo”, di un delizioso ritrattino, vorrei fornire qualche informazione aggiuntiva sulla mia modesta persona.
Frequentai la Scuola di Sci Alpinismo nel lontano 1987. Regnava Alfredo “l’Iracondo”. Erano anni duri: capitava che – allorquando il Direttore raggiungeva la cima – Egli intimasse via radio (esercitando un antico ius primae cimae), un “La gita è finita”, con un generale dietro front dei rassegnati allievi e smadonnanti istruttori.

La mia frequentazione del più prestigioso Liceo cittadino (rectius, del pianeta) mi fruttò il soprannome con cui mi firmo (nella vulgata alpinistica), ed il compito di cantore ufficiale delle gite del corso. Compito invero arduo: erano tempi in cui per un congiuntivo di troppo si veniva considerati donnicciole, per una sinestesia o una sineddoche poteva toccarti una rasoiata.
Capii rapidamente che era meglio scartare incipit troppo colti (“Gita est omnis divisa in partes tres…”) e tenere un basso profilo; mi conquistai così un certo pubblico di afecionados.
La situazione migliorò quando ascese al trono (ogni Medioevo ha il suo Rinascimento) Giorgio, detto “il Colto”, o “l’Inclito”. Straordinaria figura, invero: ricordo una gita con uno splendido sole (tutte le gite del suo regno erano benedette dal sole), dove – dopo alcune ore in cima spaparanzati -ci fermammo alle prime baite non per una ricerca arva, bensì per un supplemento di sole e libagioni (“nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus”). E quando, infine, ci si apprestò alla discesa, interpellato da un istruttore “Ma chi c’è in apertura?”, Egli rispose con un immaginifico e meraviglioso: “La Fantasia in apertura!”. Allora “dè sci facemmo ali al folle volo”, e scendemmo festanti “quai cani disciolti, correndo, frugando, da ritta da manca”.
Il mio rango ed il prestigio di cui godevo fu pesantemente ridimensionato con l’avvento dell’era moderna, che – si sa – disprezza carmina e lettere.

Efficienza, tecnica, le nuove parole d’ordine. Che il vento fosse cambiato ne ebbi contezza una sera, quando casualmente incappai in una lezione neve e valanghe. Appurato che era stata completamente espunta la parte intitolata: “Pendii carichi: più sicuri con Arneis o Bonarda?”, con orrore ravvisai che viceversa si faceva ampio uso di grafici, tabelle, diagrammi, manco fossimo al Politecnico. Alla fine venne consegnato il seguente compito in classe: “Su di una vasca da bagno nevica da sei ore; posto che tale vasca perde 28.000 cristalli a calice ogni minuto, calcoli l’allievo…”). Mala tempora currunt.

In realtà, a ben vedere, l’attenzione alla sicurezza negli anni passati – salvi i progressi tecnici – non era inferiore; si stava all’occhio, forse in maniera più scanzonata e meno manageriale. Lo si notava meno, insomma, ma i vecchi istruttori (i citati Alfredo e Giorgio, l’Aldo Frola – che mi scortò e spronò paternamente nell’ultimo, feroce, tratto di Capanna Margherita – il “sopravvissuto” Julius “De Paperoni”), ci sapevano fare.

Ogni tanto mi riaffaccio a qualche gita. Molto è cambiato: la ricerca arva dura oramai molto di più della salita. Mi compiaccio, peraltro, di aver lasciato qualcosa: la relazione della seconda uscita, curata dal buon Vittorio, era di piacevole lettura, ben scritta, scorrevole. Qualcosa gli ho insegnato. Un tempo aveva difficoltà ad esprimersi correttamente, specie a coniugare. Anche perché coniugare i rutti, oggettivamente, non è impresa facile.

Cavùr

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