Uscita 6 del 5.4.2009: Antecima dell’Entrelor

(nota del Diretur: se hai già letto la relazione di Pat non devi assolutamente perdere lo splendido commento di Alessandro che troverai al termine di quest’articolo!)

Battute a parte, tutto e’ iniziato all’Hotel Galizia, che quando mi hanno detto il nome avevo paura di dover partire di nuovo per il Cammino di Santiago. Invece trattasi di grazioso alberghetto situato a Rhèmes Notre Dame in una valle che in passato restava chiusa per mesi per via delle valanghe.
Intorno a noi ancora un paesaggio da sogno, la neve tanta e golosamente constatiamo che nei giorni precedenti è ne è scesa ancora un po’ (…fico!).
Che dire del Galizia se non che ci ha temprato alla salita, il freddo in stanza era abbastanza pungente e c’è chi ha sfoderato superpippo d’antan, così sexi da inibire qualunque sano pensiero. Anche la cena, gustosa (forse troppo!) ci ha accompagnati nel freddo della notte, soprattutto il cervo che continuava a saltare anche domenica mattina.
La serata di sabato è trascorsa piacevolmente tra bottiglie da un litro e mezzo di genepy (mitico Stefano) e tisane per i più salutisti. Un’occasione per fare due chiacchiere e finalmente conoscere allievi non ancora incrociati nelle varie uscite. Come sempre, le uscite di due giorni sono il modo migliore per creare un gruppo e il gruppo mi pare ci sia, divertente, chiassoso e allegro.
Ma veniamo alla salita, obiettivo l’Entrelor (mt 3430) circa 1700 metri di dislivello. Un dislivello da impaurire molti di noi che sono alle prime esperienze di scialpinismo e soprattutto me che ho iniziato a sciare a Natale 2008!

Così, con titubante e reverenziale rispetto calzo gli scarponi e cerco di intravedere la punta, ma dal Galizia l’unica cosa che attira la mia attenzione è una croce in cima al bosco e penso subito “mmm, buon inizio!”. Ma non sono superstiziosa e quindi parto contenta come sempre.
Attacco il bosco con passo costante e per nulla stancante, anzi constato che finito il bosco, il dislivello di 400 metri percorso è scivolato veloce tra un albero e un altro, stranamente senza colpo ferire.
Passo davanti alla croce che incombeva sopra la mia testa e la guardo con sfida, non faccio gesti, perchè a una signora non si addicono, ma la supero con rara superbia! Poi mi giro e vedo ciò che si rivelerà veramente ipnotico: la valle con i suoi pendii e l’Entrelor laggiù al fondo, come una sirena di Ulisse.
Ci fermiamo giusto il tempo per fare con Dario il punto sulla carta, per fortuna che non si stanca mai di tentare di farmi entrare nella testa un po’ di cartografia!

Dopo una manciata di minuti: pronti via, sembriamo degli elastici tesi, ripartiamo tutti desiderosi di ripercorrere quanto poco prima segnato con il dito sulla carta. Ed è così che affrontiamo i vari pendii, che ci infiliamo in vallette strette di una bellezza straordinaria, che ammiriamo aguglie rocciose che ci osservano da ogni parte, che guardiamo con rigoroso e sano terrore i lontani pendii carichi che non hanno ancora terminato di scaricare.
Il tracciato è comodo, sicuro e sotto il colle riusciamo a concederci una pausa, giusto il tempo per una tazza di tè e per condividere barrette, frutta secca ed altre leccornie.
Si riparte, attacchiamo il pendio che porta al colle e constatiamo che la neve caduta nei giorni antecedenti agevola di molto la nostra salita. Nessuno sembra particolarmente stanco, il passo è straordinariamente costante, sembra un mantra dei più lieti e rilassanti, perchè in poche ore siamo sotto la cima a godere di uno spartiacque assolutamente straordinario. Non sappiamo più cosa fotografare per primo, sua maestà il monte Bianco che si concede a sprazzi senza nuvole o il Gran Paradiso?

Per non sbagliare scattiamo in ogni direzione! Ma tutti noi allievi guardiamo con sana golosità al Gran Paradiso,
meta della prossima uscita. Ed è così che con gli istruttori cerchiamo gli itinerari della salita e teniamo d’occhio la “schiena d’asino”: non vediamo l’ora di salirci in groppa!

Nell’angusta anticima ci ammassiamo festanti, l’atmosfera è veramente rilassata e divertente. Finiti gli approvvigionamenti di rito, ci prepariamo a scendere e sembriamo cani impazziti. Tutti attendono il via e sembra che ci siano cinquanta cancelletti di partenza, alcuni si mettono addirittura in posizione da coppa del mondo.

E allora via, ecco il segnale, il Diretur parte e tutti lo seguiamo, divoriamo il pendio, lo ariamo come se dovessimo piantarci l’insalata e tutti, ma proprio tutti abbiamo un sorriso veramente compiaciuto. La discesa prosegue in una neve che definirei una goduria, qualche tratto è più difficile e crostoso, tanto da mettere a dura prova le nostra gambe già un pò affaticate, ma nessuno molla. Anzi c’è sempre il tempo per due battute e due risate.
Io sono proprio contenta e mi sento come in un parco giochi tutto mio; è vero, sembra strano, siamo in cinquanta, ma scendo dai pendii avendo l’impressione che null’altro intorno esista. Mi viene da ridere, le prime lezioni di sci le ho prese a Natale e adesso addirittura azzardo le serpentine: potere della neve, potere di una gita ben organizzata. Complimenti e un grazie, allora, al direttore, al vice e a tutti gli istruttori: bravi, chapeau, la
giornata si e’ rivelata perfetta.

Pat

COMMENTO DI ALESSANDRO PILOTTO:

Bene. La relazione di Pat ha evidenziato molto bene quali sono i virtuosismi e gli entusiasmi dello scialpinista medio che frequenta un corso del CAI, facendo uso di aggettivi quali “piacevole”, “veloce”, “bellezza”, “comodo”, “agevole”, “lieto”, “rilassante”, “divertente”. Passiamo invece al lato B della faccenda, svelando al lettore neofita che cosa succede quando nemmeno uno degli aggettivi menzionati qui sopra riesce a coniugarsi con la propria esperienza. Iniziamo subito col dire che lo scialpinismo… NON E’ PER NIENTE RILASSANTE! Va be’, è anche vero che erano 4 settimane che non facevo una gita, quindi avevo perso un po’ di allenamento, ma 1700 m di dislivello non sono mica uno scherzo! Se poi consideriamo che stiamo procedendo in salita con circa 10 kg di zavorra ai piedi (tra scarponi, sci, attacchi e pelli) si capisce facilmente che non c’è niente di “comodo”. Dopodiché se ci troviamo a dover fare un’inversione in salita in mezzo al bosco, su un pendio di 40 gradi, con i rami che si impigliano nello zaino (dove abbiamo precedentemente collocato altri 7 chili di contrappeso di una massa informe composta da pala-sonda-rampanti-giaccaavento-guantipesanti-magliettadiricambio-panino-fruttasecca-termos-bussola-altimetro-coltellosvizzero) intuiamo altrettanto facilmente che non c’è niente di “agevole”. Ho tentato più volte di scoprire se esista uno sport più faticoso di questo, ma mi è venuto in mente solo la Maratona del Deserto… Tuttavia se ci troviamo in compagnia di un buon istruttore egli saprà senz’altro trovare il modo di distrarci dalle nostre pene, illustrandoci le caratteristiche della neve che stiamo calpestando, parlandoci delle previsioni del tempo passate, presenti e future, stimolandoci ad osservare l’ambiente che ci circonda per vedere se abbiamo capito le lezioni teoriche sulla formazione delle valanghe e sul rischio ad esse connesso. Per mantenersi svegli ci potrebbe anche capitare di attraversare i “resti” di una valanga formatasi nel bosco medesimo qualche giorno prima (evidentemente predisposta dagli istruttori in occasione del corso per mettere alla prova gli allievi…). Così, ridendo e scherzando (si fa per dire!) ci troviamo già a 800 m di dislivello compiuti in un paio d’ore. Se arrivati fin qui non abbiamo ancora le vesciche ai piedi, né mal di testa, né crampi per la fame, significa che possiamo continuare. I primi dubbi sul fatto che lo scialpinismo sia effettivamente lo sport adatto a noi (e non sia invece meglio dedicarsi al biliardo o al gioco delle bocce) arrivano quando, voltandoci indietro, scopriamo di essere gli ultimi del gruppo. Come è possibile tutto ciò? Dove sono finiti gli altri? Perché quando NOI ci fermiamo trenta secondi per soffiarci il naso o mangiare un biscotto, gli ALTRI sono già cento metri più avanti? Perché vent’anni di differenza di età tra noi e l’allievo più giovane devono pesare così brutalmente? C’è vita nell’aldilà? Come si è estinto l’orso bruno messicano? C’è acqua su Marte? Perché mi sono iscritto a questo corso? Queste ed altre strane domande inizieranno a frullare per la nostra mente avvicinandoci alla quota di 3000 m sul livello del mare, dove l’aria è più rarefatta. Qui, nel grande e maestoso vallone dell’Entrelor ammantato da svariati metri di neve, la bellezza della natura non è più sufficiente a farci dimenticare che le nostre gambe hanno quasi raggiunto il limite della stanchezza. Questo significa solo una cosa: ci dobbiamo fermare e rinunciare a raggiungere la vetta (naturalmente la perdita della propria autostima sarà una conseguenza inevitabile e una volta arrivati a casa bisognerà fare i conti con noi stessi, avendo l’accortezza di tenere a portata di mano una cassa di birra o, per gli astemi, un barattolo di Nutella). Avvisato dunque l’istruttore delle mie intenzioni (nel caso specifico l’ill.mo preg.mo dott. simp. Vittorio “Magno”) non mi resta che togliere gli sci e sedermi nella lunga attesa che il gruppo giunga in cima, si riposi e inizi la discesa. Uno spiazzo in piano a 2900 m (dopo aver comunque fatto 1200 m di dislivello… scusate se è poco!) al riparo da vento e scarichi di neve, è l’ideale per fare merenda, riposarsi e meditare. Sì, va bene… dopo un po’ però ti rompi anche un po’ le scatole! Meno male che a spezzare la monotonia ci sono parecchi scialpinisti solitari o in coppia che passano proprio qui davanti a me diretti anche loro alla cima dell’Entrelor; così tra un saluto e l’altro invento un gioco chiamato “Vediamo se hai l’ARVA?”, che consiste nel mettere il mio ARVA in ricezione e captare il segnale degli scialpinisti di passaggio. Che strano… questo tipo qui che sta passando non dà segnali… E quel gruppetto laggiù di tre persone… sento solo 2 segnali. Quasi quasi potrei fare il buontempone e improvvisare qui un ipotetico Punto Controllo Arva, al quale sottoporre tutti i passanti per vedere che effetto fa, ma non si sa mai che qualcuno non abbia il senso dell’umorismo molto sviluppato e decida di prendermi a randellate e crocifiggermi con i miei stessi sci. Meglio lasciar perdere: ripristino il mio ARVA in trasmissione e continuo a meditare. Poco dopo un tale sulla sessantina scende trafelato chiedendomi se avevo visto una ragazza salire, perché erano insieme ma lui poi è sceso da un altro versante (complimenti) e adesso non la trova più (fantastico). Rimette le pelli in fretta e furia e ricomincia a salire quasi di corsa. Certo che ce n’è di gente strana in giro… Riprendo la mia meditazione nel silenzio quasi assoluto al quale la vita cittadina mi ha disabituato: incredibile, riesco addirittura a sentire il battito del mio cuore rimbombare dentro le orecchie! (O saranno le allucinazioni causate dalla carenza di benzene, biossido d’azoto e PM10?) Poi qualche fruscio lontano mi avverte di alcuni scarichi di neve che scendono dai versanti più ripidi: aguzzo la vista ma non riesco ad individuarli. Un fruscio più forte mi fa voltare di scatto: stavo già per balzare rapidamente in piedi per sfuggire ad un presunto scarico di neve dall’innocuo pendio alle mie spalle, quando vengo bloccato da uno dei miei bastoncini da sci che avevo mal piantato di fianco a me nella neve e che, perdendo l’equilibrio precario, si abbatte sulla mia testa. Va be’, basta con la meditazione. Vittorio sta arrivando accompagnato da Stefano: sono scesi dalla cima e vengono a recuperarmi, mentre il resto del gruppo scende da un altro pendio. Adesso viene la parte più divertente della gita, che consiste nel mettere in pratica le proprie abilità di equilibrismo, reattività, percezione, dinamismo, flessibilità e destrezza che servono per portare a termine una discesa che si svolge su almeno quattro tipi di neve differente. Praticamente è più facile per un uccello imparare a volare che per un essere umano imparare a sciare, ma quando riesci a galleggiare sulla neve farinosa facendo una bella serpentina di curve perfettamente raccordate tra loro raggiungi un senso di benessere ineguagliabile. L’unica cosa che mi lascia perplesso guardando le tracce lasciate dal nostro passaggio è il motivo ignoto per cui le serpentine di Vittorio e Stefano sono perfette e ben ritmate, mentre la mia è sghemba e sincopata… Beh, non per niente loro sono istruttori e io allievo. In mezzo al vallone ci uniamo col resto del gruppo che nel frattempo ha “arato” così bene il pendio che vi si potrebbero seminare patate e cereali. Le soste sono l’occasione buona per osservare gli altri allievi e istruttori mentre scendono, commentare la tecnica di discesa, scambiare quattro chiacchere, riposarsi e prendere fiato. Fa anche piacere notare che molti altri “colleghi” hanno notato la mia mancanza in cima e mi chiedono dove sono stato e perché mi sono fermato. Purtroppo la discesa è sempre molto veloce rispetto alla salita e il divertimento si esaurisce in fretta: dopo l’ultimo tratto nel bosco, nella neve “marcia”, la corsa finisce. Giunto a casa mi accorgo che sto già entrando in crisi d’astinenza… Le pene del mattino sono già svanite. Addirittura sento dentro di me un istinto primordiale che mi invita a mettere di nuovo le pelli agli sci. Com’è possibile? Ciò può essere spiegato scientificamente solo in un modo: lo scialpinismo è una SOSTANZA STUPEFACENTE! Caro lettore neofita che leggi queste righe, sappi che se inizi a fare scialpinsimo probabilmente non riuscirai più a smettere. Così, mentre la maggior parte delle domande filosofiche che mi erano balenate per la mente al mattino (specialmente quella sull’orso bruno messicano) rimarranno senza risposta, adesso ho capito perché mi sono iscritto a questo corso. La giornata non è ancora finita e sto già pensando alla prossima gita. Tutto sommato è stato molto meglio che giocare a biliardo o a bocce.

Alessandro Pilotto

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