Uscita 5 del 28.03.2010: Rocca dell’Abisso

ROCCA DELL’ABISSO, quota 2755, dislivello 1400m

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Gita tosta, la quinta. Proprio per buoni scialpinisti! Gita per buone gambe, con ampi pendii e stretti canalini, una degna quinta gita a chiudere la prima parte del Corso 2010.
Il primo pendio verglassato ha messo in difficoltà non pochi allievi, il caldo della seconda parte della gita ha poi contribuito ad affaticare ulteriormente i nostri prodi e non tutti sono arrivati in vetta. Forse anche colpa del cambio dell’ora?
Ma per un resoconto più dettagliato non vi resta che aspettare e a breve avremo qui la relazione, firmata da una nuova penna!

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E voilà la relazione:

Domenica svegliandomi riflettevo sul piacere insito nello scialpinismo; per fare questo necessiterebbe essere più lucidi ma, a parte la metafora al silicio, l’incipiente mattino comunque (specie quello illuminato da rosee prospettive) è buon consigliere.
Cosa ci attrae, perchè la Rocca dell’Abisso è il nostro mezzo per la felicità? Se noi tutti, allievi e non, fossimo in grado di immaginare i più piccoli particolari delle ambientazioni, dei profumi e suoni che percepiremo, delle sensazioni che ci lambiranno o dei pensieri e moti d’animo che ci sferzeranno e fossimo inoltre in grado di mantenerli indelebili nella memoria, non avremmo certo bisogno di ricorrere all’alpino mezzucolo, al termico spreco; ma siamo uomini con la nostra ancestrale imperfezione (che poi tanto imperfezione non è) e ci occorre vedere e rivedere, provare e riprovare sempre tutto. E poi, pensandoci, faticare accresce l’obiettivo e ci fa ulteriormente smarrire nel piacere della morbida scivolata che siamo in procinto di fare. Sciare vuole dire andare dove si vuole (o quasi) ed in tempi consoni al nostro volere… un primo passo verso l’ubiquità. Questo mi spinge ad affrontare la giornata impreziosita poi dal grande calore umano di chi ha deciso di condividere con te il domenicale “sacrificio”: trovare un gruppo così emblematicamente affine per scelte e passioni è il vero innesco di ogni gita fatta e facitura.
Ed ecco che le immagini si fanno più nitide e la finzione diviene realtà: siamo a Limonetto (m 1360); e mentre il Dugonostro-pastore apre il recinto, gli amorevoli ma mordaci suoi pelosi aiutanti mettono in riga l’ancor sonnolento gregge che, a dispetto della nuova ora, sarà atteso da una giornata solare. Quindi garzon-Livio dopo aver sbrigliato i suoi 200 cavalli (per gamba), regolare, apre il via alle danze che da subito danno l’idea di essere lunghe. Infatti la dolcezza del vallone appena caratterizzato dalla sua sinuosità fa prendere quota al gruppo lentamente permettendogli di ammirarne l’arbustiva vegetazione ed i fianchi più scoscesi e rocciosi. Le difficoltà non tardano a giungere ed alcuni allievi, suggestionati dal nome della meta, decidono di esplorare nuovamente l’abissale fondo vallivo scivolandone sulle compatte nevi primaverili (non è una metafora). Chi con i coltelli montati chi no, l’allegra brigata percorre ora il declivio più marcato che da una conca porta alle facili e dolci pendenze sommitali; di qui opinabili 250 m di dislivello conducono l’ormai sfilacciata compagnia in vetta: sono le 12.19 (m 2755).
La giusta remunerazione per ogni fatica non è cosa scontata ma in tal caso c’è: dopo i necessari ristoro e riposo la truppa scende organizzata ed appieno può godere del suddetto senso di libertà scivolando su di una neve pressochè perfetta e mentre il diretur, librandosi nell’aere in un funambolico volo, va, preciso, a sondare anche la consistenza del cielo, il vice, speranzoso, pregusta la nuova carica, gufandone l’atterraggio (licenza immaginativa).

Panta rei…tutto scorre; rivedendo in chiave scialpinistica l’eracliteo motto, così come le nostre persone sul manto nevoso così anche la giornata scivola via ma non prima del consueto banchetto che, opulento, precede il rientro nell’accogliente e sicuro ovile.

Dario Zeppegno

P.s: nota del Diretur in merito alla “gufata” del Vice. Il Diretur è pienamente convinto che il suo fidatissimo Vice mai avrebbe gufato: il lauto stipendio concesso dal nostro beneamato CAI ai suoi direttori (pari a 0euri/anno) non è ricercato, men che meno la dose di grane e responsabilità che quel ruolo comporta. Non solo, ma il Diretur è certo che se il Vice avesse potuto assistere da vicino all’acrobatica esibizione del Capo avrebbe, nell’ordine, 1) scaramanticamente toccato i suoi preziosi attributi e 2) assunto la posizione di materasso per ammorbidire con il suo prestante fisico l’impatto del Capo al suolo.

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