Uscita 7 del 17-18.04.2010: Testa dei Fra e Fourchon

Il dattero è un frutto tipico dell’Africa mediterranea, Israele e paesi dell’Asia occidentale. È ricchissimo di zucchero, di proteine, fosforo, calcio, ferro, vitamina A, vitamina B.
Della storia che sto per raccontare questo prezioso frutto è un inconsapevole protagonista.
Ma andiamo con ordine.
Sabato mattina suona la sveglia alle 5.15 e il cielo cupo non lascia indovinare come si evolverà il tempo. Alle 6.30 nel parcheggio Auchan ci aggiungiamo al cerchio colorato dei partecipanti, tutti in trepida aspettativa. E’ un’attesa doppia, la nostra: di ripartire per le montagne e di conoscere la meta dell’uscita, ancora avvolta nel fitto mistero. Pendiamo dalle labbra dei nostri condottieri, come soldatini di goretex pronti a seguire la divisa rossa del diretur anche in capo al mondo (e per certi versi sarà proprio così).
Il primo obiettivo risulta essere la Point de la Pierre (2653 m.). Dopo l’uscita al casello di Aymavilles, la strada finalmente punta verso l’alto. Non abbastanza, purtroppo, perchè arrivati al luogo di partenza lo sguardo si aggira sconsolato sui prati circostanti, ancora umidi e pastosi ma puliti: della neve solo il ricordo.
Nemmeno il tempo di rendercene conto che già scatta il piano B: si scende in picchiata e si risale tutti a Morge, da cui si allunga l’itinerario che conduce alla Testa dei Frà. Il trenino di auto procede compatto e motivato, con l’aiuto di un provvidenziale caffè, fino all’attacco della salita.

All’alba delle 10 le ruvide pelli di ex-foca mordono la neve trasformata di una sterrata nel bosco. Il sole splende. I muscoli si tendono e si rilassano al ritmo dei passi, la mente spazia ormai libera dalle preoccupazioni logistiche in una dimensione colorata di bianco e di blu, luminosa, accecante.
Ma voi a cosa pensate mentre salite? Il gesto tecnico, almeno nei tratti più facili, concede il lusso di sbrigliare la fantasia. Ed è un lusso affidato in buona parte a noi allievi, che non dobbiamo tenere d’occhio nient’altro che noi stessi.
In montagna io torno al centro del mondo, la quotidianità prende distanza e si sfilaccia come le nubi alte. Lo spazio e il tempo si dilatano, i confini delle creste e dei passi innevati diventano gli unici riferimenti. E’ indescrivibile la sensazione di pienezza dello sguardo che si irradia dalla quiete di una cima. Per qualche breve istante tutto è fermo lì, in quel punto preciso dell’universo.
Ma veniamo al sodo, dove eravamo rimasti? Sui pendii mai ripidi della Testa dei Frà, tutti sparsi in una progressione solo apparentemente anarchica (non ci sono i soliti gruppi, ma gli istruttori vegliano senza farsene troppo accorgere). Sotto un sole generoso giungiamo facilmente in vetta e ci appollaiamo come avvoltoi in attesa della preda: questa non è altro che la discesa, già pregustata fantastica su neve ben compatta.
Ma proprio la lunga attesa risulta galoeotta: sarà che l’atmosfera è conviviale, sarà che la quantità di ossigeno e i freni inibitori diminuiscono con la quota, fatto sta che ad un certo momento, in modo del tutto inaspettato, il nostro virile diretur e il suo prolifico vice si scambiano un dattero. E che c’è di così strano, direte voi? C’è che se lo scambiano con mossa da autentici piccioncini, tenendolo amorevolmente in bocca. E manco a dirlo, il poetico gesto viene immortalato in una foto. Di certo quel dattero rimarrà nel nostro immaginario.….
La discesa si rivela conforme alle aspettative: neve dura e docile agli sci, pendii dolci ed ampi per sentire il vento sulla faccia. Con un manto così, persino i cannibali come me si sentono momentaneamente parte del vertiginoso olimpo degli sciatori e riescono a sbocconcellare frammenti di autentico divertimento.
In (troppo) breve tempo ci ricongiungiamo alle automobili ed il piccolo parcheggio pare un accampamento: sci, scarponi smontati, abbigliamento vario sparso ovunque e le solite bibite e cibarie da consumare al sole caldo del primo pomeriggio. Non paghi, ricostituiamo poi il trenino per infilarci nella gelateria di Morgex, a quanto pare tappa obbligata di tutte le uscite in zona.
Dopo il gelato siamo attesi da Marietty, un bar-ristorante con camere per il pernottamento nella minuscola frazione di Echevennoz, lungo la statale che conduce al passo del Gran San Bernardo.
Difficile mancarlo perchè, chiesa affrescata a parte, di questo piccolo gruppo di case il ristorante è l’unica attrattiva. La sala ben ristrutturata lascia presagire una cena interessante e tale si rivela: dopo un inizio traballante a base di minestrone compaiono gnocchi e selvaggina, con verdure e patatine dalla singolare forma tondeggiante. Nulla va perduto, bis e tris si succedono senza cedimenti. Il viaggio trionfale della bottiglia di genepy chiude il pasto nell’unico modo possibile per uno scialpinista che tenga a conservare la sua dignità ed a questo punto liberi tutti.
La prima parte della mia relazione si chiude alle 22.15 del 17 aprile, quel che ne segue fa parte dell’affascinante mondo dell’inconscio.

La narrazione riprende alle 6.15 del 18, segnata nuovamente dal trillo della sveglia. Probabilmente avremmo potuto restare a poltrire ancora un poco (con buona pace del vice, nostro incauto vicino di stanza) ma ci risuona in testa l’imperativo del diretur: “Colazione alle 7 in punto, con auto già caricata e partenza alle 7.30” di cui la nostra coscienza reclama il rispetto.
Gli aghi dei larici poco sopra di noi sono macchiati di neve ma più in alto, in uno squarcio tra le nuvole basse, si intravvede uno spicchio di cielo. “Vedrai che si apre” è la frase ricorrente. Ma per il momento rimane tutto piuttosto chiuso, a parte lo stomaco. Come resistere infatti alle fette di burro casalingo tagliate generose sui piatti e alle terrine ricolme di marmellata profumata? Non c’è modo, ve lo assicuro.
Terminato l’approvvigionamento, attendiamo il responso della nostra personalissima sibilla: dovete sapere che per tutto il pomeriggio e la serata del 17 si erano susseguite voci e proposte per la gita del giorno successivo. Salite, discese, traversate, esposizioni più o meno favorevoli e quant’altro avevano occupato le menti e le conversazioni dei generali, mentre la truppa sussurrava. Dopo cena pareva che dall’assembramento attorno alla cartina IGC dovesse scaturire una fumata bianca e invece ancora nulla. La decisione era stata rimandata al giorno successivo, sulla scorta dell’osservazione diretta delle condizioni meteo.
Le quali infine ci sospingono verso il fondo della valle, poco sopra il paesino desolato di Saint Rhemy, dove la strada per il passo del Gran San Bernardo si interrompe. Da lì si effettua un lungo avvicinamento tagliando i tornanti sepolti dalla neve, fino a varcare la soglia di un bel vallone dolce ed accogliente, racchiuso da lunghe creste. Alla sommità di una di queste si staglia la vetta de Mont Fourchon (2906 m.), già popolato di omini, prevalentemente svizzeri che arrivano dall’ospizio del Gran San Bernardo, a quota 2472 . Bella la vita!

Ben consci del nostro valore ci incamminiamo lungo i pendii, questa volta disciplinati nei consueti gruppi e immersi, nel tratto iniziale, in un caldo asfissiante. Più in alto, già all’interno del vallone, ci accarezza un po’ di vento e pare persino debba fare freddo… no, è solo un’impressione. I disegni delle nuvole nel cielo si avvicendano turbinosamente ma continua a prevalere il sole. “Ci sta seguendo” azzarda il diretur e si fa fatica a non dargli ragione. L’atmosfera è candida e tranquilla, i gruppi si sgranano seguendo i ritmi di ciascuno, senza fretta.
Trascinati dal risucchio dei primi, che sul finale accelerano, arriviamo tutti in vetta, chi prima e chi dopo. La sua posizione a picco sul vallone consente di avvistare istruttori ed allievi ancora in marcia fin da distante, mentre il sapore forte dello speck e della frutta secca si spande già in bocca (le battute sui datteri ormai si sprecano, inutile dirlo).
C’è un bel tepore, foto e battute allegre, pacche sulle spalle e gran complimenti a tutti, siamo stati bravi! Ci siamo divertiti e abbiamo incontrato cose e persone molto belle, che hanno il gusto della vita intensa. Peccato per il tratto finale del canale che riconduce alla strada, che risulta fradicio e poco sciabile. In compenso in alto il manto tiene e ci regala gli ultimi scampoli di divertimento. Per un po’ addirittura nevica, fiocchi sottili sparsi dal vento. Non pare con convinzione e smette subito: probabilmente lo sguardo severo del diretur è giunto a segno.
Al ritorno alle macchine tutti si cambiano, si smutandano e qualcuno saltella sulla neve come un animaletto appena uscito dalla gabbia. Tale probabilmente gli appare lo scarpone da sci dopo tante ore di utilizzo e la felicità di essersene finalmente disfatto non può essere tenuta a freno.
Che meraviglia queste giornate! Il bar di Etroubles è una patacca ma ormai non ha più importanza: le membra stanche anelano il riposo, mentre i pensieri si attardano sui bei ricordi e i desideri si appuntano sulla prossima uscita che verrà. Speriamo che il dio Rutor ci conceda i suoi favori.

Chiara C.

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